Si è tenuto a San Diego dal 1° al 4 dicembre scorso, il Meeting annuale dell’ Ash – American Society of Hematology, dove vengono esaminati migliaia di abstract scientifici, con novità e aggiornamenti nei settori dell’ematologia.

I ricercatori americani dell’Ohio State University Comprehensive Cancer Center guidati da Jennifer Woyach, hanno condotto una sperimentazione coinvolgendo 547 pazienti (età media 71 anni) con lo scopo di stabilire quale fosse la terapia migliore in prima linea, ossia prima cura, per i malati anziani con una diagnosi di leucemia linfatica cronica. Sono infatti per lo più anziani, i tremila pazienti in Italia che devono affrontare, oltre alla patologia onco-ematologica cronica (LLC), anche altre malattie derivanti dall’età. Per loro si concretizza una nuova cura, una strategia terapeutica in pastiglie, con minori effetti collaterali e più tollerabili rispetto alla chemioterapia standard.

La sperimentazione ha suddivisi in tre gruppi i 547 pazienti coinvolti, ognuno dei quali è stato trattato in modo differente: uno ha ricevuto l’inibitore della tirosin-chinasi ibrutinib come monoterapia; a un altro gruppo è stata somministrata una combinazione di chemioterapia bendamustina  e rituximab; al terzo è stata fornita una combinazione di ibrutinib e rituximab.

“Gli esiti dimostrano che con il solo ibrutinib si ottiene una più lunga sopravvivenza libera da progressione di malattia”, spiega Emanuele Angelucci, direttore Ematologia all’Ospedale Policlinico San Martino di Genova e vicepresidente della Società Italiana di Ematologia. “In pratica, rispetto all’attuale standard (bendamustina più rituximab),  si prolunga il tempo durante il quale il tumore non progredisce. Con una tossicità minore e una più facile gestione della cura, visto che si tratta di compresse da prendere per bocca. Sono risultati talmente buoni che inducono a un cambio di terapia: questa nuova cura potrà cioè diventare il nuovo trattamento di prima scelta per i pazienti anziani con malattia sintomatica”.

La leucemia linfatica cronica,spesso asintomatica, affianca il paziente che, per il resto della sua vita, dovrà sottoporsi a controlli periodici.

“A seconda delle caratteristiche, questo tumore può avere un andamento più o meno aggressivo”, dice Angelucci : “ in media, a cinque anni dalla diagnosi, sono vivi circa due terzi dei pazienti.

In caso si debba intervenire con una cura, a seconda dei sintomi di cui soffre il paziente, oggi ci si affida ad una combinazione di chemioterapia e anticorpi monoclonali.”

Sono stati peraltro messi a punto recentemente nuovi ed efficaci farmaci «intelligenti» che impediscono l’espansione delle cellule bloccandone i meccanismi di crescita. Tra questi, appunto, ibrutinib che già in seconda linea ha avuto riscontri positivi per i malati, tanto da poter parlare di remissioni complete. La buona notizia è che si possa arrivare, confortati  dai dati presentati a San Diego, dopo le dovute conferme su numeri più ampi di pazienti seguiti per molti anni, a parlare di guarigione.

Al Meeting annuale di Ash in California, sono stati presentati anche nuovi dati dello studio Murano, che indicano come l’associazione di venetoclax e rituximab riduca il rischio di progressione del tumore e di decesso dei pazienti con una leucemia linfatica cronica recidivi o che non rispondono ai trattamenti precedenti.

Le persone seguite con questa strategia terapeutica rispetto alla cura standard, ossia bendamustina e rituximab,  continuano ad essere libere da malattia dopo circa 10 mesi dall’interruzione del trattamento e l’88 per cento dei malati è ancora vivo, dopo circa tre anni dalla cura in confronto al 79,5 per cento della terapia standard.

Un miglioramento importante della qualità di vita dei malati, gli  studi selezionati per la sessione plenaria, la più rilevante, del congresso annuale dell’American Society of Hematology in corso a San Diego, in California.

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