I pazienti oncologici sono disposti ad assumere un farmaco meno efficace pur di ridurre il rischio di eventi avversi. Approfondisci i risultati dello studio sul Farmaci ed effetti collaterali nell’ambito della Leucemia Linfatica Cronica

Nella scelta del trattamento, le persone con leucemia linfocitica cronica (LLC) mettono al primo posto i farmaci che accordano la più lunga sopravvivenza libera da progressione; tuttavia, sono disposte ad assumere un farmaco meno efficace pur di ridurre il rischio di eventi avversi seri. Lo afferma uno studio pubblicato online su Blood Advances, una rivista dell’American Society of Hematology (ASH), suggerendo anche che i costi vivi pagati dal paziente possono influire significativamente sulla scelta del trattamento.

Negli Stati Uniti, la LLC, la forma di leucemia con la più alta prevalenza, interessa circa 130.000 persone; ogni anno ne vengono diagnosticati più di 20.000 nuovi casi. In seguito alla recente approvazione di vari farmaci, ognuno con i suoi benefici ed effetti collaterali e con il suo prezzo, nel decidere in merito al trattamento i pazienti devono considerare numerosi fattori.

Per capire come i pazienti con LLC bilanciano le diverse caratteristiche dei farmaci, la principale autrice dello studio, Carol Mansfield, di RTI Health Solutions, ha collaborato con la Leukemia & Lymphoma Society, con la Lymphoma Research Foundation e con Genentech in un’indagine su 384 persone con CLL. In questo esperimento di scelta discreta, è stato chiesto ai pazienti di scegliere tra ipotetiche opzioni di trattamento, ognuna definita da cinque attributi variabili: sopravvivenza libera da progressione, modo di somministrazione, tipica gravità della diarrea, rischio di infezioni serie e rischio di danno d’organo.

“Tutti i pazienti desiderano il farmaco più efficace e con il minor numero di effetti collaterali; ma per la maggior parte di loro questa opzione non esiste” ha detto il dottor Mansfield. “Chiedendo ai pazienti a che cosa – e in cambio di che cosa – sono disposti a rinunciare, e di ordinare le loro preferenze per priorità, possiamo farci un’idea del loro approccio al trattamento.”

Secondo i risultati dello studio, l’efficacia del farmaco era il fattore più importante per gli intervistati. Anche evitare eventi avversi seri era ritenuto molto importante. In media, era necessario un ‘guadagno’ di sopravvivenza libera da progressione pari a 36 mesi perché i pazienti accettassero un rischio di infezioni serie del 30%. Il fattore che risultava meno importante era il modo di somministrazione: i pazienti avrebbero rinunciato solo a pochi mesi di efficacia per una via di somministrazione più comoda (somministrazione orale).

“Questa ricerca ci dice che ogni paziente si trova in circostanze uniche e che scegliere il giusto trattamento significa pesare i diversi profili di efficacia ed effetti collaterali contro le priorità del paziente” ha commentato Mansfield. “Un esito di successo può essere diverso per ogni individuo; il risultato che i pazienti desiderano dipende dalle circostanze”.

Con un’ulteriore analisi dei costi, i ricercatori hanno osservato che il costo vivo aveva un impatto considerevole sulle scelte degli intervistati. In una domanda di verifica che consentiva di scegliere tra due farmaci con costi diversi, fino al 65% di loro ha cambiato scelta, orientandosi verso il meno costoso.

“In base ai risultati dell’indagine, abbiamo stimato la probabilità che gli intervistati scegliessero – senza conoscerne il costo – ogni ipotetico farmaco; poi abbiamo confrontato la probabilità stimata con le scelte fatte tenendo conto dei costi vivi legati a questi medicinali”, ha spiegato Mansfield. “Il costo ha chiaramente un impatto. Quando viene prescritto un farmaco che il paziente non può permettersi, la scelta diventa molto difficile.”

I risultati di studi come questo aiuteranno medici e pazienti a concentrarsi su trattamenti che tengano conto delle circostanze uniche e degli obiettivi del singolo paziente. “Non sempre i pazienti sanno che potrebbero rinunciare a qualcosa in cambio di qualcos’altro”, ha osservato Mansfield. “Speriamo che i nostri risultati aiutino i medici a parlare apertamente con i pazienti delle differenze tra trattamenti e di come questi possono influire sulle loro vite.”

Fonte: http://www.hematology.org/Newsroom/Press-Releases/2017/8020.aspx

 

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