La relazione medico-paziente non è sempre facile. Da una parte il paziente con la sua sofferenza, le sue paure, il suo non essere a conoscenza. Dall’altra parte il medico che con la sua conoscenza può guarirci. Dobbiamo affidarci per forza. Non sempre il medico guarda il paziente nella sua completezza, si concentra solo sul suo corpo, sul quel “pezzo” di corpo in particolare che non sta  “marciando” come dovrebbe.

Di fronte ad una diagnosi, una tromba d’aria ti investe, una di quelle che si forma all’orizzonte e minaccia di sconvolgere la tua “spiaggia”: impotente, non sai nulla o quasi della malattia che ti ha colpito. Il tuo è un ruolo passivo limitato: essere presente quando serve, rispettare le prescrizioni che ti vengono date. E nell’attesa puoi solo lasciare che il medico ti “aggiusti”.

E proprio “medici aggiustatori”, Tiziano Terzani chiama i medici a cui si rivolse per curare il suo cancro.  Il libro è “Un altro giro di giostra” con il quale il grande giornalista ha parlato a tutti noi per raccontarci una storia che ci riguarda da vicino:

Io ero un corpo: un corpo ammalato da guarire. E avevo un bel dire: ma io sono anche una mente, forse sono anche uno spirito e certo sono un cumulo di storie, di esperienze, di sentimenti, di pensieri e di emozioni che con la mia malattia hanno probabilmente avuto un sacco a che fare! Nessuno sembrava volerne o poterne tenere conto. Neppure nella terapia. Quel che veniva attaccato era il cancro, un cancro ben descritto nei manuali, con le sue statistiche di incidenza e di sopravvivenza, il cancro che può essere di tutti. Ma non il mio!

L’approccio scientifico, razionale che avevo scelto faceva sì che il mio problema di salute fosse più o meno quello di un’automobile guasta che, assolutamente indifferente alla prospettiva di essere rottamata o accomodata, viene affidata a un meccanico, e non il problema di una persona che, coscientemente, con tutta la sua volontà, intende essere riparata e rimessa in marcia.

A me come persona, infatti, i bravi medici-aggiustatori chiedevano poco o nulla. Bastava che il mio corpo fosse presente agli appuntamenti che loro gli fissavano per sottoporlo ai vari “trattamenti”.

Ma la cura non si esaurisce nel somministrare la “pillola”, ci vuole di più! Strumenti di ascolto e d’intervento nei rapporti di cura in grado di aiutare, di indicare un cammino, di portare speranza, così che il paziente si senta ascoltato e diventi parte più attiva del percorso di cura.

Perchè se la Medicina è sempre più specializzata, iper-tecnologica, i malati non sono sempre solo macchine da portare in officina per essere aggiustate: sono persone tutte intere, con un vissuto personale fatto di pensieri, emozioni, interpretazioni e ricordi. La stessa malattia ha un suo vissuto personale; all’appuntamento con il medico entriamo con un bagaglio e in bella mostra sul tavolo mettiamo la storia di una vita, la nostra, comprese paure, bisogno di rassicurazione, interpretazione personale su ciò che ci sta accadendo. E dall’altra parte? La fila di pazienti fuori in attesa, la fretta, il computer per annotare risposte a domande. Risultato? Confusione e scontento.

E se medici e pazienti imparassero a capirsi meglio?

Dove le fa male? Quando è successo? Che malattie ha avuto? Quali allergie ha? Accanto alle classiche domande, il medico deve ascoltare e interpretare la storia che il malato costruisce sulla malattia.Umanizzare la cura ponendo l’individuo al centro nella sua interezza e complessità consente di compiere meglio il suo lavoro di  “meccanico”. Sempre.

Già, perché se i medici spesso non ascoltano, hanno fretta, non si curano di come comunicare e relazionarsi, è vero anche che noi tutti portiamo dal medico le nostre ansie, debolezze, necessità,  speranze, tutte intrappolate nel dolore. E non sempre la Medicina ha pronte per noi cure, farmaci, certezze, soluzioni! Spesso bisogna essere pazienti, attendere e…collaborare. Chiediamo Tempo e Attenzione senza pensare che la persona che abbiamo di fronte potrebbe essere stanca, essere “smontata” da un turno impossibile, o essere preoccupata per un altro paziente in condizioni peggiori delle nostre…

Il Medical Coaching “Medici. Pazienti. Parenti.” serve anche a questo: avvicinare il medico al paziente…ma anche il contrario. Avvicinare il paziente al medico.

Tutti  possono partecipare: medici, infermieri, malati, caregiver, familiari dei malati. E’ il sostegno per costruire un percorso comune creando spazi in cui diversi campi della conoscenza da separati si incontrano per intendersi. E’ lo strumento per rimettere al centro la persona rispetto alla malattia in una relazione costante, un accompagnamento a 360 gradi che coinvolga paziente e famiglia.

Tra tutto, comunicare la propria malattia, sintomi, emozioni, significati, è una strada per uscire dalla passività nella quale si finisce confinati in quanto pazienti. Il Medical Coaching è una guida in un viaggio di scoperta, dove allenare le proprie potenzialità per raggiungere miglior benessere psicofisico e migliorare la propria qualità di vita. Per prepararsi a questo viaggio è necessario prendere del tempo per se stessi e con se stessi in cui riflettere, capire cosa sta succedendo. Chiarirsi le idee. Perché la mente da sola non può guarire dalla malattia. Il momento è questo. Lo riconosciamo. E’ ora di mettere ordine tra le nostre paure più recondite: districare le emozioni che, in caso di problemi di salute, saranno molto faticose e aggrovigliate, aver fiducia nei trattamenti, essere sereni. Elementi da ordinare, ripiegare e mettere in valigia. Verranno utili nella partita contro la Malattia.

Ma “viaggiare” per lunghi periodi è spesso faticoso.

Ci vogliono forza, coraggio,determinazione e soprattutto un’attitudine positiva.

Meglio partire organizzati. Buon viaggio.

 

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