CHE COS'È IL MIELOMA MULTIPLO?

Il Mieloma Multiplo (MM) è una neoplasia ematologica sostenuta dalla proliferazione e dall’accumulo nel midollo osseo di plasmacellule. Le plasmacellule sono cellule appartenenti al sistema immunitario che risiedono prevalentemente nel midollo osseo e hanno il ruolo di produrre gli anticorpi o immunoglobuline (Ig). In alcuni casi, la loro crescita può procedere in maniera incontrollata, dando origine al tumore. Le plasmacellule neoplastiche sintetizzano in maniera anomala un anticorpo monoclonale (componente monoclonale o para-proteina (CM)), rilevabile nel siero e/o nelle urine. Il midollo osseo nell’adulto si trova prevalentemente nelle ossa piatte (bacino, coste, vertebre, cranio), in quanto nelle ossa lunghe delle braccia e delle gambe viene sostituito progressivamente da tessuto adiposo. Le plasmacellule nel midollo osseo sono immerse in un microambiente costituito da tanti altri tipi cellulari, tra cui le cellule staminali, che danno origine a tutte le cellule circolanti nel sangue periferico (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine), le cellule responsabili del metabolismo dell’osso (osteoblasti e osteoclasti), le cellule dell’endotelio vascolare, le cellule stromali, altre cellule del sistema immunitario.

QUALE È LA SUA DIFFUSIONE? VI SONO SOGGETTI A RISCHIO?

Il MM rappresenta l’1% di tutte le neoplasie e il 10-15% di quelle ematologiche (è la seconda più frequente dopo i linfomi non Hodgkin). Ogni anno circa 4.400 persone in Italia ricevono la diagnosi di mieloma. La frequenza della malattia è leggermente superiore negli uomini rispetto alle donne.

È una patologia tipica dell’adulto-anziano, la sua frequenza aumenta con l’età: l’età media alla diagnosi è di 67 anni e assai raramente la si osserva al di sotto dei 40 anni (2% dei casi). L’eziologia del MM non è tuttora nota. È stata osservata una possibile correlazione con l’esposizione ad agenti tossici ambientali e/o professionali (es. radiazioni ionizzanti, pesticidi, derivati del petrolio). Anche fattori genetici familiari possono contribuire allo sviluppo del MM. Un’ altra condizione di rischio per sviluppare il MM è la presenza di una gammapatia monoclonale di significato indeterminato (MGUS), condizione laboratoristica che comporta la presenza nel siero e/o nelle urine di una CM senza altri segni/sintomi associati (vedi paragrafo dedicato). Se la maggior parte dei mielomi è preceduto da una fase, nota o meno, di MGUS, al contrario la maggior parte delle MGUS non evolveranno mai in MM.

QUALI SONO LE MISURE DI PREVENZIONE CHE È POSSIBILE ATTUARE?

Dal momento che non sono stati definite con certezza le cause di questa forma tumorale, non si può ancora parlare di specifiche strategie di prevenzione. Si può invece consigliare alle persone con MGUS di sottoporsi a controlli regolari, rivolgendosi in prima istanza a un ematologo e poi, a seconda del rischio evolutivo, proseguendo i controlli presso l’Ematologia o la medicina di base.

QUALI SONO I SINTOMI?

Nella fase iniziale, il mieloma potrebbe non causare sintomi. Alcune persone ricevono la diagnosi dopo una periodica analisi del sangue prima che i sintomi diventino evidenti, per il riscontro della componente monoclonale.

L’incontrollata proliferazione midollare delle plasmacellule neoplastiche, associata all’aumentata produzione di immunoglobuline monoclonali e citochine, sono responsabili dei principali quadri clinici di presentazione della malattia:

  • interessamento scheletrico, caratterizzato prevalentemente da una incrementata osteoporosi e dalla formazione di lesioni osteolitiche, secondarie all’ alterazione del rimodellamento osseo, con aumentato riassorbimento di massa ossea (aumentata azione degli osteoclasti) e ridotta neoformazione ossea (ridotta azione degli osteoblasti). Alla malattia scheletrica si associano complicazioni quali severo dolore osseo, fratture patologiche, compressione del midollo spinale, ipercalcemia. La patologia scheletrica è di solito quella che condiziona maggiormente la qualità di vita dei pazienti.
  • insufficienza renale, determinata dal danno indotto dalla componente monoclonale circolante, e in particolare dalle catene leggere, a livello dei tubuli e/o glomeruli renali. Altre cause di danno renale in corso di MM sono l’ipercalcemia, l’uso di farmaci tossici per i reni (per esempio i farmaci antinfiammatori) o la disidratazione.
  • insufficienza midollare, che si presenta più comunemente con un quadro di anemia, dovuta alla ricca infiltrazione midollare da parte delle plasmacellule neoplastiche che interferiscono con la normale produzione delle cellule del sangue e alla ridotta produzione di eritropoietina (ormone che sostiene la produzione degli eritrociti) da parte dei reni.
  • aumentata predisposizione alle infezioni, prevalentemente determinata dalla riduzione delle normali immunoglobuline e della risposta anticorpale e dalle terapie impostate.

Questi quadri clinici possono co-esistere in diversa proporzione nello stesso paziente e possono variare, per rilevanza e intensità, durante il decorso della malattia.

COME SI FA LA DIAGNOSI?

L’iter diagnostico può iniziare in diversi modi, o dal medico di medicina generale, o tramite la comparsa improvvisa di uno dei sintomi sopra descritti, tramite accesso al Pronto Soccorso o ricovero in ambiente ospedaliero per sintomi generici. In tutte queste situazioni verrà consultato un ematologo, cioè lo specialista della diagnosi e terapia delle malattie del midollo osseo, per una più approfondita valutazione.

L’esame del sangue e delle urine delle 24 ore sono indispensabili per identificare e tipizzare la componente monoclonale, utilizzando tecniche di laboratorio chiamate elettroforesi, immunofissazione delle proteine del siero e delle urine e dosaggio delle catene leggere libere sieriche. Altri parametri utili per la definizione e la stadiazione del MM sono i livelli di emoglobina e piastrine, i livelli sierici di albumina e di beta-2 microglobulina, di calcio, la funzione renale.
La biopsia del midollo osseo, strumento fondamentale per la diagnosi del mieloma, consiste nel prelievo e nella successiva analisi di un frammento di osso e del midollo in esso contenuto. Il midollo viene aspirato con una siringa (aspirato midollare) dalla cresta iliaca posteriore superiore (osso del bacino) e analizzato per cercare eventuali cellule tumorali e per tipizzarle tramite analisi citogenetiche e molecolari.

Per completare e ottimizzare la diagnosi di mieloma devono anche essere utilizzate tecniche di diagnostica per immagini quali radiografie, TAC, risonanza magnetica e TAC/PET per studiare lo scheletro.

L’ attuale diagnosi di MM secondo l’intergruppo internazionale del mieloma prevede la presenza di un’infiltrazione midollare di plasmacellule ≥10% della popolazione nucleata totale, accompagnata da almeno uno tra:

– criteri CRAB:

C: Calcio elevato nel siero (calcemia > 11.5 mg/L)
R: Insufficienza renale (creatinina > 2 mg/dL o Clearance della creatinina < 40 mL/min)
A: Anemia (Emoglobina < 10 g/dL o 2 g < normale)
B: Lesioni scheletriche

– biomarcatori di progressione (pur in assenza di CRAB):

1. plasmacellule midollari ≥ 60%
2. rapporto tra la catena leggera libera sierica coinvolta/non coinvolta ≥ 100
3. più di una lesione focale alla risonanza magnetica nucleare (di ≥ 5 mm di diametro)
ESISTE UNA CLASSIFICAZIONE DEL MIELOMA?

I tipi di mieloma variano in funzione del tipo della componente monoclonale prodotta. I tipi più diffusi sono IgG, IgA e Bence Jones (BJ) o micromolecolare; meno frequenti sono i tipi IgM, IgD e IgE. Nel caso dei mielomi IgG, A, M, D o E viene prodotta dalle plasmacellule tumorali una immunoglobulina intera, composta da proteine legate tra loro, distinte in catene pesanti (che danno il nome all’ Ig G, A, M, D o E) e catene leggere (di due tipi, kappa o lambda). Nel caso del MM BJ viene, invece, prodotta solo la catena leggera, kappa o lambda. In meno del 3% dei casi le plasmacellule non producono né Ig complete né catene leggere; in questo caso si parla di mieloma non secernente.

Il tipo di mieloma non influisce sulla scelta del trattamento offerto al paziente, né ha di per sé alcun valore sul successo della terapia, che è legato invece ad altri fattori prognostici e alla funzionalità degli organi.

QUAL'È IL DECORSO CLINICO DEL MIELOMA MULTIPLO?

Il Mieloma attivo può essere preceduto da una fase asintomatica o di MM “smoldering” (SMM) (dall’inglese to smolder: covare sotto la cenere), caratterizzato dall’assenza di segni e sintomi tipici della malattia e dei biomarcatori di progressione, spesso diagnosticato occasionalmente nel corso di accertamenti non correlabili alla malattia. Il quadro di SMM rappresenta la fase intermedia tra la gammapatia monoclonale di significato indeterminato (MGUS) e il MM attivo. Attualmente non vi sono indicazioni ad un trattamento precoce dei pazienti con SMM, ma soltanto ad uno stretto follow-up clinico-laboratoristico al fine di individuare precocemente la progressione clinica. Alcuni studi clinici sperimentali stanno indagando beneficio di una terapia precoce in questa popolazione di pazienti.

Nonostante i grandi progressi avvenuti negli ultimi anni (e in particolare negli ultimi quindici anni), grazie ad una sequenziale introduzione di nuovi farmaci a differente spettro di azione, il decorso del MM durante la fase attiva si caratterizza per l’alternanza di periodi di remissione (più o meno lunghi, a seconda dell’aggressività della malattia e della sua risposta alla terapia), seguiti da fasi di ripresa di malattia, caratterizzate da uno o più dei quadri clinici sopra riportati. Per tale motivo il MM viene a tutt’oggi considerato una malattia curabile ma raramente guaribile.

La stadiazione del MM avviene attualmente attraverso il sistema classificativo ISS (International Staging System), che distingue tre stadi sulla base di due semplici parametri: i livelli sierici di albumina e di β2microglobulina. Il sistema ISS combinato all’analisi citogenetica-molecolare delle plasmacellule midollari consente di distinguere una malattia aggressiva ad alto rischio da una relativamente indolente, con lo scopo di predire la sopravvivenza e l’eventuale risposta ad una terapia specifica.

QUALI SONO LE TERAPIE DEL MIELOMA MULTIPLO?

La terapia del MM ha una storia lunga ed inizialmente poco fruttuosa. Nelle ultime due decadi, invece, il trattamento dei pazienti affetti da MM è stato “rivoluzionato” con l’introduzione nella pratica clinica prima del trapianto autologo di cellule staminali e poi dei “nuovi farmaci”, che agiscono in modo selettivo sulle cellule mielomatose e sul microambiente midollare, il quale ha un ruolo cruciale nel promuovere la crescita e la progressione delle plasmacellule e nell’indurne la resistenza alla terapia.

I principali “nuovi farmaci” approvati ufficialmente includono:
– inibitori del proteasoma (PI), quali Bortezomib (Velcade) e Carfilzomib (Kyprolis): il loro meccanismo d’ azione si basa sul legame con il proteasoma, inibendone l’attività e causando un accumulo di proteine destinate alla degradazione, che forniscono a loro volta uno stimolo di morte alle cellule mielomatose;
– immunomodulanti (ImiDs), quali Talidomide, Lenalidomide (Revlimid) e Pomalidomide (Imnovid): hanno multipli meccanismi d’azione, tra cui quello sul microambiente midollare e sul sistema immunitario;
– anticorpi monoclonali (moAbs), quali Elotuzumab (Empliciti, anticorpo IgG1 anti-SLAMF7) e Daratumumab (Darzalex, anticorpo IgG1 anti-CD38), diretti contro proteine di superficie espresse dalle plasmacellule.
Ulteriori nuove molecole, con diverso meccanismo di azione, sono in corso di validazione nell’ambito di numerosi studi clinici.
I farmaci sopracitati sono utilizzati in vari regimi di combinazione a seconda dell’età del paziente e della fase di malattia, sia in associazione alla chemioterapia convenzionale sia ai corticosteroidi (prednisone e desametasone).

Per quanto riguarda la chemioterapia convenzionale, alcuni farmaci rimangono parte integrante della terapia del MM, sia nell’ambito trapiantologico, sia nei pazienti non eleggibili alla terapia ad alte dosi; tra questi vengono inclusi i farmaci alchilanti, quali Melphalan (Alkeran), Ciclofosfamide (Endoxan) e Bendamustina.

Terapia nei pazienti con Mieloma Multiplo di nuova diagnosi
La terapia del MM viene intrapresa quando viene posta diagnosi di mieloma attivo, secondo i criteri soprariportati. La scelta del tipo di trattamento deve essere effettuata sulla base delle evidenze disponibili e delle caratteristiche del paziente (età, stato generale e eventuale presenza di co-morbidità). Per lo più il tipo di terapia si distingue nei seguenti gruppi:

  • terapia del paziente giovane (≤ 65-70/75 anni di età) e senza rilevanti co-morbidità: è suddivisa in varie fasi ed il caposaldo è la chemioterapia ad alte dosi (melphalan) con supporto di cellule staminali emopoietiche autologhe, cioè del paziente stesso (trapianto autologo), singolo o doppio a seconda di vari fattori, tra cui l’aggressività della malattia, la risposta alle fasi iniziali del trattamento e la tolleranza al primo. Il trapianto autologo è preceduto da una fase, detta d’ induzione, comprensiva di Bortezomib in associazione a Talidomide e Desametasone (VTD) per 4-6 cicli, e seguito da una fase di consolidamento/mantenimento. Il consolidamento si basa su un regime terapeutico a breve termine (2 cicli), comprensivo dei farmaci utilizzati nella fase di induzione (VTD). La terapia di mantenimento, finalizzata a conservare nel tempo la risposta ottenuta, mantenendo una buona qualità di vita, è stata recentissimamente approvata dall’ Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e si basa sull’utilizzo di Lenalidomide, farmaco ideale in considerazione della sua minima tossicità e la formulazione orale. Protocolli clinici sperimentali possono testare differenti regimi per la terapia di induzione e di consolidamento/mantenimento, allo scopo di verificarne una maggiore efficacia e minore tossicità.

I pazienti di età compresa fra i 65 ed i 75 anni, considerati ancora fit (età biologica inferiore all’età anagrafica, buona funzionalità d’organo e soprattutto assenza di problematiche cardio-respiratorie) sono candidabili al trapianto, eventualmente con chemioterapia a dosaggio ridotto.

Il trapianto allogenico (cioè da donatore esterno) di cellule staminali da donatore HLA identico familiare o da registro è, invece, meno utilizzato ed è riservato a pazienti molto giovani con presentazione aggressiva di malattia alla diagnosi o alla prima ricaduta, in quanto gravato da un’elevata tossicità e mortalità, rispetto al trapianto autologo, non garantendo l’eradicazione della malattia.

  • terapia del paziente anziano o non candidabile per altri motivi al trapianto autologo: Esistono due standard: la chemioterapia convenzionale in associazione a bortezomib (melphalan in combinazione a Bortezomib e prednisone: MPV) per un totale di 9 cicli e lenalidomide-desametasone (Rd) come terapia continuativa fino a progressione e/o intolleranza. Le opzioni terapeutiche sono più limitate nel grande anziano (>80-85 anni) e nel paziente con numerose comorbidità, i quali sono generalmente trattati con doppiette di farmaci, quali melphalan e prednisone (MP), talvolta in associazione a Talidomide a dosaggio ridotto (MPT), se le condizioni generali lo consentono, oppure con solo terapia steroidea. Anche nel paziente non candidabile a trapianto autologo sono spesso disponibili nei centri specializzati nella cura del MM protocolli clinici sperimentali che impiegano farmaci di seconda o terza generazione o combinazioni con anticorpi monoclonali, sempre allo scopo di aumentare l’efficacia e potenzialmente ridurre la tossicità.

Terapia nei pazienti con Mieloma Multiplo ricaduto/refrattario
In caso di ripresa di malattia, attualmente, le strategie terapeutiche sono numerose e vanno valutate, come all’esordio di malattia, in base all’età e allo stato generale del paziente. Inoltre, la scelta del tipo di trattamento, si basa anche sul tipo di risposta alla terapia precedente, optando per una classe di farmaci diversa da quella della prima linea oppure, talvolta, effettuando un ri-trattamento con lo stesso farmaco se la risposta ad esso è stata soddisfacente e duratura. In alcuni casi selezionati ed in prima ricaduta, se il paziente giovane è stato sottoposto precedentemente ad uno/due trapianti autologhi e la risposta è stata sufficientemente lunga e di buona qualità, si può anche pensare ad un nuovo trapianto autologo, definito in questo caso “di salvataggio”. Se le condizioni cliniche e generali lo permettono, le triplette di farmaci sono da privilegiare, combinando Lenalidomide con un inibitore del proteasoma, quale Carfilzomib (KRd), o con anticorpi monoclonali, quali Elotuzumab o Daratumumab (Elo-Rd o Dara-Rd). Inoltre, Daratumumab è stato recentissimamente approvato in associazione, oltre che a Lenalidomide, a Bortezomib e, ancor prima, è stato approvato in monoterapia per le fasi più avanzate del trattamento. Lenalidomide e Carfilzomib possono essere usati anche nell’ambito di doppiette di farmaci in associazione al desametasone (Rd o Kd). Nel caso di ulteriori riprese di malattia, oltre al Daratumumab in monoterapia, opzioni da considerare valide nel trattamento di questi pazienti sono Pomalidomide (immunomodulante di terza generazione) in associazione a desametasone oppure Bendamustina in associazione a desametasone con l’aggiunta o meno di Bortezomib.

Nell’ambito del Mieloma Multiplo ricaduto/refrattario, inoltre, numerosi farmaci sono in fase di studio all’ interno dei protocolli clinici sperimentali (Isatuximab, Venetoclax, Selinexor, ecc). Infine, negli ultimi anni, sia per il MM che per altre patologie ematologiche, è emersa alla luce la terapia genica, basata sullo sviluppo di linfociti “riprogrammati” in laboratorio e diretti contro le cellule malate (CAR-T). Tale terapia è al momento altamente sperimentale e eseguibile solo nell’ambito di studi clinici con rigorosi criteri di inclusione.

Per contrastare il danno prodotto dal mieloma sul tessuto osseo, che essendo diventato più debole è più soggetto a fratture, vengono impiegati, in associazione alla suddetta terapia, dei farmaci chiamati bisfosfonati, in grado di rallentare questo processo di deterioramento osseo.

La radioterapia localizzata su lesioni/fratture ossee o masse para-ossee ha uno scopo solo palliativo, per stabilizzare la parte meccanica dello scheletro e evitare ulteriore danno o antalgico (per contrastare il dolore persistente dopo terapia sistemica) o preventivo di eventuali complicazioni neurologiche, soprattutto a livello della colonna vertebrale. La chirurgia è riservata ai casi di compressione/danno neurologico della colonna vertebrale o in caso di fratture scomposte di un altro osso. La mini-chirurgia vertebrale (vertebroplastica o cifoplastica) può trovare spazio per trattare crolli vertebrali che rimangono dolenti dopo la terapia generale. Altre misure di supporto sono rappresentate dalla dialisi, con o senza rimozione selettiva delle catene leggere, in caso di insufficienza renale acuta o cronica severa.

GAMMOPATIA MONOCLONALE DI INCERTO SIGNIFICATO (MGUS)

La gammopatia monoclonale di incerto significato (MGUS) indica un quadro clinicamente asintomatico e laboratoristicamente caratterizzato dalla presenza nel siero e/o nelle urine di una componente monoclonale, in assenza di evidenza di MM o altre neoplasie linfoidi.

La MGUS interessa prevalentemente l’adulto-anziano. Presenta, infatti, un’incidenza pari al 5% in soggetti di età superiore a 70 anni, e pari a circa il 7.5 % in individui oltre 80 anni. La probabilità di progressione della MGUS in MM è stimata intono a 0.5-1% all’anno.

In considerazione dell’asintomaticità del quadro clinico, la diagnosi di MGUS è solitamente occasionale e richiede la coesistenza di tutti i seguenti criteri:
– componente monoclonale (CM) <30 g/L
– plasmacellule midollari < 10%
– assenza di danno d’organo, riassunto dall’acronimo CRAB (calcemia; insufficienza Renale; Anemia; lesioni ossee (B:bone)) (vedi paragrafo del mieloma)

Esistono tre distinti tipi di MGUS:
• MGUS tipo non IgM (IgG, IgA o IgD MGUS): è il sottotipo più comune di MGUS e ha il potenziale di progredire in MM. Meno frequentemente, si osserva la trasformazione verso l’amiloidosi AL, malattia da deposizione della catena leggera o altra patologia linfoproliferativa.
• MGUS tipo IgM: rappresenta circa il 15-20% di tutti i casi di MGUS. Viene considerata separatamente dal MGUS non IgM per la potenziale evolutività verso la macroglobulinemia di Waldenström e raramente verso il MM o l’amiloidosi AL.
• MGUS a sole catene leggere κ/λ (FLC): sottotipo in cui la proteina monoclonale secreta è priva della catena pesante delle immunoglobuline. Ha un rischio di progressione inferiore a quello di una MGUS convenzionale. Progredisce più frequentemente nel MM a catena leggera, nell’amiloidosi AL o nella malattia di deposizione della catena leggera.

Attualmente la stratificazione del rischio di progressione delle MGUS avviene secondo il modello proposto dai ricercatori della Mayo Clinic, fondato sull’integrazione di tre parametri laboratoristici: CM > 15 g/L, il sottotipo non-IgG, e un alterato rapporto delle catene leggere libere sieriche (sFLC). In aggiunta, l’andamento temporale della CM (stabile o in progressivo aumento) costituisce un importante fattore prognostico. In base al numero di fattori di rischio presenti i pazienti vengono suddivisi nelle seguenti categorie di rischio: basso (nessun fattore), basso/intermedio (un fattore presente), intermedio/alto (2 fattori) e alto rischio (3 fattori), ciascuna con probabilità di progressione a 20 anni rispettivamente del 5%, 21%, 37% e 58%.Nei pazienti a basso rischio alla diagnosi non è necessaria la valutazione della biopsia midollare né dell’imaging scheletrico, mentre tali valutazioni sono raccomandate nei pazienti con rischio intermedio e alto.

I pazienti con MGUS richiedono un follow-up clinico-laboratoristico continuato nel tempo, senza necessità di intraprendere alcuna terapia. La frequenza dei controlli a cui sottoporre il paziente varia da 6 a 12 mesi, sulla base del rischio evolutivo, e può essere svolta, sempre a seconda del rischio, dell’età e delle condizioni generali del paziente, presso un istituto specialistico o con il medico di medicina generale.

ALTRE PATOLOGIE A CARICO DELLE PLASMACELLULE

PLASMOCITOMA SOLITARIO DELL’OSSO O EXTRA-OSSEO
Può accadere che le plasmacellule tumorali vengano identificate in un unico osso o in una determinata regione del corpo nei tessuti molli di qualunque organo, in assenza dei criteri diagnostici di mieloma nel midollo e nello scheletro, pur in presenza di una più o meno abbondante produzione di componente monoclonale. Si parla in questo caso di plasmocitoma solitario osseo o extra-osseo. La prognosi è normalmente migliore e la terapia è locale (chirurgia e/o radioterapia), riservando la terapia sistemica solo ai plasmocitomi molto grandi. In alcuni casi, il plasmocitoma solitario può nel tempo evolvere in mieloma multiplo, ricevendo pertanto un trattamento sistemico.

AMILOIDOSI AL
Il termine amiloide descrive la deposizione nello spazio extracellulare di proteine normali o anormali circolanti nel sangue, in una forma insolubile e fibrillare altamente caratteristica, derivate da un disordine nella loro conformazione che le porta ad aggregarsi e precipitare a livello tissutale sotto forma di fibrille rigide e lineari. L’amiloidosi AL è la forma più frequente (68%) di amiloidosi. Deriva da una popolazione clonale di plasmacellule del midollo osseo che producono catene leggere monoclonali, come molecole intere o come frammenti, con proprietà amiloidogenica. L’incidenza di amiloidosi AL è pari a 5-12 casi per 1.000.000 di abitanti per anno. L’incidenza nel sesso maschile è all’incirca doppia di quella nel sesso femminile. L’età mediana alla diagnosi è pari a 67 anni. Trattandosi di una patologia sistemica che può colpire differenti organi, lo spettro di presentazioni cliniche dell’amiloidosi AL è ampio. Spesso le manifestazioni di esordio sono aspecifiche ed includono sintomi quali l’affaticamento ed il calo ponderale (entrambi presenti in oltre la metà dei pazienti), la difficoltà a respirare, gonfiori periferici, sintomi di neuropatia quali le parestesie e l’ipotensione in posizione eretta. All’esame obiettivo è rilevabile un fegato ingrandito in circa il 30% dei casi, mentre quadri clinici tipici quali la porpora (manifestazioni emorragiche) del viso e collo e la macroglossia (lingua ingrossata dentro la bocca) sono presenti dal 10% al 15% dei pazienti all’esordio. Nello specifico, gli organi più frequentemente coinvolti alla presentazione sono il rene, il cuore, il fegato, l’apparato gastro-intestinale ed il tessuto nervoso periferico. La terapia dell’amiloidosi AL è basata sull’impiego degli stessi famaci in uso nel mieloma, in differenti combinazioni e sequenza.

Testo della pagina a cura della Dr.ssa Elena Zamagni, Ricercatrice Universitaria
Istituto di Ematologia “Seragnoli”, Università di Bologna, 
Facoltà di Medicina, Dipartimento di Medicina Specialistica, Diagnostica e Sperimentale, Bologna
 

 
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