Secondo i risultati dello studio CLLM1, pubblicati su Lancet Haematology, lenalidomide si è dimostrata efficace come terapia di mantenimento dopo un trattamento di prima linea in pazienti con leucemia linfatica cronica che non hanno conseguito la negatività per malattia residua minima dopo approcci chemioimmunoterapici.

Tuttavia, in un editoriale pubblicato con lo studio, Davide Rossi, dell’Istituto Oncologico di Ricerca, in Svizzera e Adalgisa Condoluci, dell’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana, scrivono che dato il rapido sviluppo di nuovi farmaci avvenuto dall’inizio dello studio, è improbabile che questi risultati modifichino la pratica clinica.

Concordano con questa opinione gli sperimentatori del CLLM1, guidati da Anna Maria Fink – del Policlinico Universitario di Colonia, Germania –, affermando che “In ragione dei rapidi progressi della terapia per i pazienti con leucemia linfatica cronica, incluso lo sviluppo di inibitori delle chinasi o di BCL2, è improbabile che i risultati di questo studio influiscano sull’attuale terapia di prima linea per la leucemia linfatica cronica. Tuttavia, è possibile considerare l’utilizzo di lenalidomide in pazienti ad alto rischio selezionati nei quali la terapia di prima linea non ha portato alla remissione della leucemia linfatica cronica (negatività per malattia residua minima) o laddove gli inibitori non siano disponibili.”

Lo studio CLLM1 è stato disegnato per pazienti adulti (età ≥18 anni) con leucemia linfatica cronica non trattata in precedenza che hanno risposto alla chemoimmunoterapia 2-5 mesi dopo il completamento della terapia di prima linea e che sono stati giudicati ad alto rischio di progressione precoce, con almeno una risposta parziale dopo 4 o più cicli di chemoimmunoterapia di prima linea. Per essere arruolati nello studio, i pazienti dovevano avere alti livelli basali di malattia residua minima oppure livelli intermedi associati ad assenza di mutazioni del gene IGHV o di alterazioni di TP53.

Gli sperimentatori hanno esaminato 468 pazienti, 379 dei quali sono risultati non eleggibili. A causa della sua lentezza, l’arruolamento nella sperimentazione si è chiuso precocemente, dopo che 89 dei 200 pazienti inizialmente pianificati sono stati assegnati, mediante randomizzazione e in rapporto 2:1, al trattamento con lenalidomide o con placebo.

Il 93% dei pazienti assegnati a lenalidomide ha ricevuto almeno una dose del farmaco. Il trattamento con lenalidomide, rispetto al placebo, ha ritardato significativamente la progressione. Con un tempo mediano di osservazione di circa 18 mesi, lo hazard ratio per la sopravvivenza libera da progressione era 0,168 [intervallo di confidenza (IC) al 95% 0,074-0,379; < 0,0001). La sopravvivenza libera da progressione aveva un valore mediano di 13,3 mesi per il placebo e non è stata ancora raggiunta per lenalidomide.

Gli sperimentatori hanno osservato che il trattamento con lenalidomide ha conferito un vantaggio ai pazienti con livelli basali di malattia residua minima intermedi o alti. Nei pazienti con livelli intermedi di malattia residua minima, la mediana della sopravvivenza libera da malattia era 19,4 mesi con il placebo e non è stata ancora raggiunta per lenalidomide (= 0,0012). Nel gruppo con alti livelli di malattia residua minima, la mediana della sopravvivenza libera da malattia era 4,4 mesi con il placebo rispetto a 32,3 mesi con lenalidomide (= 0,00033).

Gli eventi avversi più comuni sono stati disturbi cutanei e gastrointestinali, infezioni, tossicità ematologica e disturbi di carattere generale. In entrambi i bracci dello studio è stato riportato un evento avverso fatale.

“Dati i risultati convincenti di questo studio, il ruolo di lenalidomide nella leucemia linfatica cronica potrebbe essere oggetto di ulteriore ricerca, in particolare nei pazienti con leucemia linfatica cronica ad alto rischio dopo una terapia di prima linea con nuovi farmaci”, scrivono gli sperimentatori. “Lenalidomide o i più recenti trattamenti immunomodulanti potrebbero avere un ruolo importante nella terapia dopo fallimento delle combinazioni innovative o per il mantenimento della risposta a nuove combinazioni in pazienti con leucemia linfatica cronica a rischio molto alto.”

 

Tratto dall’articolo di Leah Lawrence

 

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