Giovanna Ferrante scrittrice, giornalista e studiosa delle tradizioni meneghine ci offre uno spaccato del Carnevale ambrosiano, tra Storia e storie milanesi.

Carnevale: il significato dell’espressione che caratterizza questi giorni festosi nei Paesi di tradizione cattolica, è rintracciabile in carnem levare (eliminare la carne). Si riferisce all’ ultimo ghiotto banchetto imbandito subito prima della astinenza e del digiuno caratterizzanti la Quaresima.

 

Lontana nella Storia la sua origine, che prese spunto da festività molto antiche, come i saturnali romani, durante i quali si vivevano giornate di rovesciamento dell’ordine sociale, scherzi pesanti, dissolutezza, libertà sfrenate, assenza di regole, fantasiose e irriverenti parate.

Così come i giorni di Carnevale, vissuti come una festa continua caratterizzata dalla licenza di travestimenti, da cibo a volontà, accompagnata dall’ebbrezza data dal vino e dal tutto possibile. E canti, balli, carri in corteo.

 

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E che dire del nostro Vescovo Ambrogio rispetto al Carnevale?

Nella diocesi milanese, che segue il rito ambrosiano, il periodo di Carnevale si differenzia dal resto della Nazione. E questo per volontà del nostro Vescovo Ambrogio, a capo della chiesa ambrosiana nella seconda metà del III secolo.

Prima versione della tradizione milanese.

Ambrogio, il Vescovo di Milano, è in viaggio diplomatico nelle provincie dell’Impero governato da Teodosio. In attesa di ritornare a Milano concede ai milanesi di attendere il suo rientro per iniziare i riti della Quaresima e quindi di prolungare il periodo di Carnevale, inviando la dispensa HABEATIS GRASSUM.

 Seconda versione

Ambrogio, il Vescovo di Milano, è in pellegrinaggio lontano dalla città; desidera però essere insieme ai suoi concittadini per condividere con loro l’inizio delle ritualità della Quaresima. Quindi chiede loro di attendere il suo ritorno, e di godere ancora per qualche giorno il giocondo  periodo del Carnevale.

Terza versione

Milano è devastata dalla peste. Impossibile uscire o entrare in città, e questo impedisce l’arrivo delle merci, in primo luogo degli alimenti. Alla epidemia si somma quindi la fame. La Quaresima ormai prossima porterà con sé i riti sacri, e anche i digiuni come atti di penitenza.

Questi rappresenterebbero un autentico supplizio per i milanesi già stremati dalla malattia e dalle privazioni.

Il Vescovo Ambrogio espone al Papa la delicata questione. E il Santo Padre concede, ai soli abitanti della diocesi di Milano, altri quattro giorni dal martedì al sabato, prima di iniziare la Quaresima con la domenica delle Ceneri.

 

Ecco che da allora i milanesi, che seguono il rito ambrosiano, godranno di un Carnevale più lungo di quello stabilito dal rito romano.

Ma il Carnevale è maschera e travestimento.

E se il massimo splendore e l’assoluta eleganza dei costumi si avrà nel XV secolo, espressione del Barocco, nel XVI secolo sarà il trionfo dei personaggi della Commedia dell’Arte.

E per Milano?

I protagonisti del Carnevale saranno sempre il Meneghin e la Cecca.

Il Meneghin, il servitore che la domenica accompagna la nobile signora a passeggio o alla Messa. In pantaloni e casacca in panno verde orlati di rosso, panciotto a fiori, camicia bianca, calze a righe orizzontali bianche e rosse, scarpe con fibbia, parrucca con codino all’insù e cappello tricorno verde orlato di rosso. Spiritoso e arguto, ma buono, scherza solo con un po’ di malizia sui difetti dei nobili.

 

La Cecca, moglie del Meneghin, sempre pronta a trovare trine e nastri da vendere alla signora padrona del Meneghin; un’autentica milanese animata da volontà, abilità, spirito imprenditoriale, qualità che le permettono di far quadrare i conti di casa. Il suo costume, immutato: sottana color granata a pallini bianchi, corpetto di velluto nero e bottoni dorati, grembiule bianco, calze azzurre e in testa una crestina pieghettata.

CURIOSITA’

Meneghino è l’unica maschera a non portare la maschera!
Eh sì, noi milanesi ci distinguiamo sempre.

 

                                                 Milan l’è un gran Milan, amici miei

 

 

 

 

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